PRESENTAZIONI
Glauco Giuliano, Il Pellegrinaggio
in Oriente di Henry Corbin. Con una scelta di testi. Lavis (Trento,
Italia), La Finestra, 2003, p. 432, E. 42, ISBN 88-88097-27-9.
La figura intellettuale di Henry Eugène
Corbin (Paris, 14.IV.1903-7.X.1978) è poliedrica: antico allievo di É. Gilson,
come questi aveva fatto emergere dalla storia del pensiero medioevale europeo
l’immagine d’una «filosofia cristiana» autonoma ma non conflittuale rispetto
alla teologia, altrettanto egli s’adoperò a definire una «filosofia islamica»,
della quale veniva ponendo in luce le profonde connessioni con la cosmologia e
l’angelologia. Contemporaneamente, introduceva in Francia l’opera di K. Barth e
di M. Heidegger. Ma ciò per cui, come arabista ed iranista, Corbin s’è
acquistato un merito incancellabile, con la sua opera di editore e traduttore,
è la dimostrazione che la filosofia islamica non finì con la morte di Averroè,
e le grandi edizioni di Sohrawardî e di Mollâ Sadrâ, insieme con quelle di
molti altri pensatori arabo-persiani, rimangono a confermarlo.
Questo libro, il primo (e finora l’unico) in
Italia interamente dedicato a Corbin, uscito in coincidenza con il Convegno
celebrato alla Sorbonne dal 6 all’8 Novembre 2003 per il centenario della
nascita, non pretende d’esaminare l’opera corbiniana nella sua integrità – al
che sarebbero necessarie conoscenze specialistiche multiformi – ma solo di
metterne in luce la dimensione «orientalistica», nel senso specifico, ch’egli
attribuiva al termine, di Cerca dell’Illuminazione Orientale (Ishrâq),
ossia della Conoscenza nella Presenza dell’Essere: conoscenza non rappresentativa,
bensì unitiva, intuitiva e trasformante. È la proclamazione d’un Kérygma
sofianico e gnostico, movente da una forte struttura ontologica e teoretica.
D’altra parte, l’orientalismo di Corbin
riveste anche un significato più corrente: sia, anzitutto, per gli studî ai
quali prevalentemente si dedicò, sia per le numerose aperture verso l’Oriente
extra-islamico. Dalla sua opera emerge implicitamente il progetto d’una
filosofia eurasiatica, che già era stato proposto da un altro suo maestro, P.
Masson-Oursel.
Il duplice significato di tale
«orientalismo» colloca Corbin nella categoria del «Pellegrinaggio in Oriente»,
con la quale H. Hesse aveva già sedotto molte coscienze europee, in un
linguaggio precorrente le più tipiche espressioni corbiniane: «quella colonna
di fedeli e devoti in cammino verso l’Oriente, patria della luce, fluiva senza
posa e in perpetuo, era sempre in marcia attraverso tutti i secoli, incontro
alla luce e al prodigio, e ciascuno di noi fratelli, ciascuno dei nostri
gruppi, anzi l’intera colonna e il suo grande viaggio non erano che un’onda
nella perpetua corrente delle anime, nella perpetua tendenza degli spiriti
verso il mattino, verso la patria […]. La nostra meta infatti non era soltanto
il paese di levante, o meglio il nostro Oriente non era soltanto un paese o
un’entità geografica, ma era la patria e la giovinezza dell’anima, era il
Dappertutto e l’In-Nessun-Luogo, era l’unificazione di tutti i tempi» (Die
Morgenlandfahrt, 1932, c. I; Il Pellegrinaggio in Oriente, tr. it. di
E. Pocar).
Intento della pubblicazione è dunque mettere
in luce sia alcuni punti della metodologia storico-religiosa, dov’è facilmente
riconoscibile l’impianto eliadiano della scienza delle religioni, nella sua
tripartizione in storia, fenomenologia ed ermeneutica (ma senza con ciò
suggerire una dipendenza); sia il complesso percorso dell’ermeneutica dalla
materia onto-teologica all’esito metafisico, non esprimibile se non in termini
hyperapophatici. Siamo messi in presenza d’una antropologia integrale,
paragonabile al «nuovo umanesimo» auspicato da M. Eliade come incontro fra
Occidente e Oriente; e d’una fenomenologia integrale e compiuta, dove la
dualità fra il soggetto e l’oggetto appare completamente superata. L’ontologia
del Mundus imaginalis, che ne risulta, consente di restituire con
sicurezza le testimonianze spirituali e religiose iuxta propria principia,
di diagnosticare e curare la malattia della demitizzazione e di ritrovare (G.
Filoramo) l’«Oriente dell’Occidente».
Sei le tappe trascelte nel Pellegrinaggio ad
Oriente. Il primo capitolo, dopo aver passato in rassegna alcuni temi generali
e tipici di Corbin, ripercorre il cammino ermeneutico del Graal verso l’Iran
(pre-islamico ed islamico), fino all’occultamento in “India”: qui, come fu già
per i Rosacroce, si fonda l’idea della Cavalleria Spirituale. Il secondo
considera alcune espressioni e modalità del cammino verso la Gnosi (la
«Teosofia orientale» di Sohrawardî), che non sia conoscenza in questo mondo,
bensì delle realtà al di là di esso, fino al riaccendersi in noi dell’Oriente
delle Luci; molto spazio è dedicato al rapporto con C.G. Jung ed al tema del
Combattimento per l’Anima. Il terzo descrive il progetto d’una nuova scienza
“orientale” – una vera e propria fisica - dello spazio-tempo immaginale,
peculiare all’interiorità psico-cosmica, letterale e non metaforico, oggetto di
un’adeguata gnoseologia mentalistica: scienza che possa valere come
un’alternativa alla reclusione nella materia corporea confermata dalle
tecnoscienze dell’Occidente moderno - è una via nuova nell’interpretazione del
pensiero di Corbin. Il quarto, dedicato agli elementi della Proclus
Renaissance ritrovabili nell’opera del Nostro, riprende l’itinerario
percorso da Apollonio Tianeo e da Plotino in direzione della Persia e
dell’India, e dai neoplatonici antichi e rinascimentali alla ricerca della
sapienza caldaica e mazdea – è la ripresa del cammino intrapreso da Damascio
nel 531, e ripropone positivamente la riflessione sulla compatibilità fra
espressioni del neoplatonismo e della gnosi. Il quinto studia la presenza,
episodica ma non raramente esplicita, dei riferimenti all’Oriente non islamico
(hindù, taoistico e buddhistico), anche nel confronto con analoghi riferimenti
in M. Heidegger – ed alla luce di questa presenza dovrebbe esser compresa la
gnoseologia corbiniana, a conferma del progetto più latamente “orientale”. Il
sesto applica certe acquisizioni del capitolo precedente ed esemplifica alcune
difficoltà dell’integrazione fra Oriente e Occidente (cfr. il dialogo con G.
Vallin), alle quali – anche – è dovuta la problematicità della nozione di
filosofia comparata; l’esame verte sulle nozioni di Unità dell’Essere e di
Creazione perpetua, nel confronto con T. Izutsu. L’antologia, nella seconda
parte del volume, propone, con due eccezioni, alcune pagine estratte dal
monumentale En Islam iranien.
La gnosi di Corbin, quale risulta da queste
pagine, si accomuna alla «gnosi filosofica di Eranos», e viene qui interpretata
anche in funzione della gnosi della New Age, con la quale ha molti temi in
comune: la gnoseologia e l’epistemologia mentalistiche, e quindi il ripudio del
dualismo fra pensiero ed essere; l’importanza attribuita all’angelologia in
correlazione con la cosmologia; l’adozione d’un modello onto-cosmologico
unitario, olistico e sincronico, contrassegnato dalla pervasività del paradigma
catoptrico e quasi olografico (cfr. Hanegraaff); l’interesse critico per le
correnti neognostiche emergenti nel cosiddetto mondo scientifico; la rinascita
del politeismo e della thealogia (benché nella versione sofiologica); la
centralità e la funzione cosmologica attribuite all’immaginazione; un
millenarismo declinato in versione neo-gioachimitica (da connettere con la thealogia);
l’unificazione dei differenti gnosticismi nella Gnosi, ed il rifiuto del
dogmatismo; la predilezione per le eresie e la non rara valutazione del
Cristianesimo (in specie paolino) come antignosi, agnosticismo, “sociologia”;
la proposta d’un rinnovato umanesimo, capace d’integrare le eredità propriamente
spirituali d’Occidente e d’Oriente, nel quadro della «contemporaneità
fenomenologica». Rispetto alla New Age, tuttavia, la prevalente restrizione
all’orizzonte delle religioni abramiche costituisce il motivo di distanza più
notevole (ed è l’orizzonte che queste pagine aspirano ad allargare). La persona
teandrica di Corbin (unus-ambo,
bi-unità, dualitudine), in particolare, non si spiega nel quadro della
psicologia del profondo e neppure di quella transpersonale: essa è
giustificabile solo in rapporto con la Trascendenza personale. Sembra esser
questa, come appare più chiaramente in Nîtârtha, libro del medesimo autore pubblicato l’anno
successivo, la questione che, nell’incontro fra l’Occidente e l’Oriente,
costituisce e costituirà il problema più grave e, guardando alla meditata
mediazione di Corbin, spera una soluzione.
Glauco Giuliano, Nîtârtha. Saggi per
un pensiero eurasiatico. Lavis (Trento, Italia), La Finestra, 2004, p. 284,
E. 32, ISBN 88-88097-84-8. [Due sezioni su Corbin alle pp. 11-29 e 221-240].
Questo volume è il séguito ideale de Il
Pellegrinaggio in Oriente di Henry Corbin (2003), dovuto al medesimo
autore. Sebbene, con l’eccezione d’un capitolo, Corbin non sia l’argomento
principale di questa raccolta di saggi, è tuttavia il suo progetto di
«filosofia orientale», nella forma di un’embrionale sintesi eurasiatica, ad
ispirarli. Lo stesso titolo, Nîtârtha, ci mantiene nell’àmbito d’una
opzione ermeneutica, e quindi – anche – corbiniana. Mentre, infatti,
l’Occidente medioevale, in quanto tradizione religiosa indotta a procedere
dall’exoterico all’esoterico, praticò un’esegesi del Testo sacro scandita
(senza considerare le varianti) sul quadruplice approfondimento dei sensi
letterale (e poi storico), allegorico, morale o tropologico e spirituale o
anagogico, il Buddhismo mahâyânico, tradizione essenzialmente metafisica, ha
invece suddiviso i Sûtra fra quelli che esprimono un senso provvisorio
(Neyârtha) e quelli che esprimono il senso definitivo (Nîtârtha), collocandoli
nell’una o nell’altra categoria secondo il variare delle opzioni teoretiche
dell’esegeta. La pietra d’inciampo, che indusse all’adozione di questo criterio
interpretativo e gerarchizzante, fu spesso il senso da attribuire alla nozione
di Tathâgatagarbha – ossia, se vogliamo riferirci alle nostre categorie, ciò
che ontologicamente è il Fondamento, e metafisicamente è l’Assoluto: punto
assai delicato per una dottrina che, come quella buddhistica, sembra predicare
l’insostanzialità, il «superamento» dell’ontologia, sullo sfondo d’una
metafisica rigorosamente apofatica.
Appare questo il punto decisivo che
s’incontrerà nell’elaborazione d’un pensiero eurasiatico. L’idea di «Eurasia»,
al di là delle determinazioni storico-geografiche, e dei pertinenti progetti
conoscitivi, è da intendersi, principalmente, come metafora dell’unità
spirituale e culturale da ricomporre al termine dell’età cristiana ed in vista dell’oltrepassamento
degli esiti di questa. L’autore mostra di ritenere che questo oltrepassamento
potrebbe venir inteso non tanto come un lasciarsi alle spalle, come la fine di
qualcosa, bensì come un risorgere ed un transfigurarsi – ma è una prospettiva che,
al presente, deve restare impregiudicata. Per ora, si può dire soltanto che,
esteriormente, l’Eurasia vale come emblema d’una forma “tradizionale”
possibile, futura. Interiormente, essa è la proposta d’un luogo geosofico nel
senso corbiniano del termine: il «mistero sofianico della Terra» vista sub
specie Angelorum, come simbolo, rispetto al quale l’individuo umano
viga «nella sua totalità, che comprende il passato della sua preesistenza e il
futuro della sua sovraesistenza».
Alla luce di tale prospettiva metafisica, da
intendersi nel senso realizzativo del termine, dev’essere cercata la risposta
alla questione – formulata da Corbin – «se l’impatto planetario del pensiero
occidentale renda possibile un dialogo “reale” tra le varie forme di civiltà». La
risposta positiva è condizionata dalla possibilità di riformulare i termini
descrittivi dell’impatto, almeno nella loro manifestazione eurasiatica, come
«ritorno all’Oriente», «ri-orientamento». Non, com’è evidente, nel senso d’una
esotizzazione, bensì in quello della riscoperta dell’«Oriente dell’Occidente» -
ossia, in altri termini, dell’intrinsecità, della naturalità, della Grazia
Per giungere all’auspicata, vicendevole,
comprensione entro le coordinate anzidette, la metafisica buddhistica, che raccoglie
l’eredità pan-asiatica, appare privilegiata. Il Buddhismo custodisce infatti,
universalizzandolo, quanto v’è d’essenziale nel Sanâtana Dharma, nella Traditio
perennis hindù, senza le difficoltà d’accesso che la struttura tradizionale
di questa le impone.
Ci si deve chiedere, tuttavia, se
l’antiindividualismo buddhistico, connesso con l’apparente rifiuto
dell’ontologia sostanzialistica, non s’opponga irrimediabilmente al
personalismo occidentale, rafforzando l’attacco alla persona implacabilmente condotto
dalla dittatura delle tecnoscienze, e fiancheggiato dalla dissoluzione delle
strutture tradizionali del pensiero. Queste pagine propongono un antidoto nella
struttura teoretica della bi-unità personale, della sua pienezza o Pléroma, in
cui, come Corbin ha appassionatamente e rigorosamente mostrato, Volto di Dio e
Volto dell’Uomo sono Uno (Unus-Ambo). Ma è una possibilità realistica
solo sopra un «definitivo» Fondamento sovraessenziale e hyperapophatico.
Un capitolo introduttivo sviluppa i temi fin
qui accennati e prelude agli approfondimenti successivi. Seguono tre saggi. I
primi due si presentano come commenti a testi orientali, cinese il primo,
tibetano il secondo, dei quali si propone anche una traduzione metrica. In
particolare, il primo saggio, dedicato all’Inscrizione sul fiducioso
dimorare nell’Intelligenza del Cuore, attribuita a Seng-ts’an (VI-VII s.),
ne propone un commento nella duplice chiave taoistica e buddhistica,
focalizzandosi poi nell’esame del Tetralemma (Catus koti)
mâdhyamika (con le forme affini e varianti), che riconduce sia allo schema
tripartito del neoplatonismo, sia ad altre tripartizioni le quali, attraverso
mediazioni sufiche, sono presenti anche in Corbin. La riflessione si conclude
sul rapporto fra autoreferenzialità e gnoseologia cittamâtrica. Nel secondo
saggio, che commenta una pericope del Testo originale sulle Istruzioni
esoteriche della profonda pratica del gCod della Prajñâpâramitâ, attribuito
a Ma-gcig (XI-XII s.), si capovolge la vulgata del Buddhismo, ponendosene in
rilievo il fondo ontologico e “personalistico”, simboleggiato dal rapporto
fra Oceano e onde (e varianti) –
metafora che traspare nella struttura dell’intero volume, diviso fra saggi e
recensioni di studî attinenti. Vi trova conclusione la riflessione gnoseologica
avviata nello scritto precedente, con l’esame dei punti di vista
“sostanzialistici” del Cittamâtra e del Jo-nang, cui, in base ad una tradizione
attestata, viene ricondotto lo stesso Nâgârjuna e, con lui, il Madhyamaka. Il
terzo saggio, che, costeggiando il tema dell’ermeneutica spirituale comparata,
espone le linee generali della “filosofia” di Corbin (il cui mentalismo viene
accostato a quello buddhistico), prende in esame alcune possibilità di
traduzione reciproca fra punti di vista occidentali, specialmente cristiani, ed
orientali, definendo così le coordinate atte a collocare i due saggi
precedenti. Qui il mito (nel senso, definito da M. Eliade, di «storia vera»)
della Transfigurazione viene assunto sia come luogo di rifondazione della teologia
cristiana in senso docetico, sia come fondamento, luogo ed esito
dell’ermeneutica spirituale comparata e, per conseguenza, della scienza delle
religioni. Vi si suggerisce che la Transfigurazione, se implica la comprensione
della natura onirica dell’universo, allora può restaurare il rapporto
noetico-provvidenziale che l’uomo deve intrattenere con esso e, perciò,
assolvere la Tecnica dalla determinazione oggettivante.
Mentre Il Pellegrinaggio in Oriente di
Henry Corbin procedeva da Occidente ad Oriente, Nîtârtha, come si
vede, segue il cammino inverso: dalla Cina al Tibet e, attraverso l’India e
l’Iran, a Roma. Questo senso del «Ritorno», nostalgia ben nota allo
gnostico, è l’interiorizzazione psico-cosmica, la dimensione del Mundus
imaginalis, dove soltanto – ci ha insegnato Corbin – ogni nostra esperienza
è vera.
Intervention
de M.Glauco Giuliano à la journée Henry Corbin du 17 / XII / 2006
Signore e Signori, buongiorno. Sono molto grato alla cortesia del Prof.
Lory se posso dire qualche parola, in questa sede prestigiosa, sui miei libri
intorno ad Henry Corbin. In essi, io considero Corbin come un maestro per un
pensiero – per un modo di pensare – eurasiatico.
Incoraggiato dalle numerose allusioni all’Oriente extra-islamico
disseminate nei suoi scritti, mi sono convinto, infatti, che il metodo
corbiniano può essere assai fecondo anche al di là delle Religioni abramiche,
nell’intento di restaurare, o addirittura edificare, l’unità spirituale
dell’Occidente e dell’Oriente: in una sola parola, dell’Eurasia.
Tenendo in vista tale
finalità, ho studiato, principalmente, due argomenti. Il primo è
un’interpretazione del Mundus imaginalis, del quale ho considerato non
soltanto la posizione e la funzione mediatrici, ma, anzi tutto, la natura
unificante e totalizzante. H.C. mise in evidenza che tale mondo è non situato,
ma situativo. Egli ha richiamato frequentemente l’immagine dell’uscita dal
mondo inferiore, al di là del Monte Qâf, alla superficie convessa della
IX Sfera. Come scriveva nel suo Avicenne, il filosofo gnostico, uscito
dal mondo sensibile, al termine della sua ascesa immaginale lo racchiude in se
stesso, lo rende interiore. Allora le due polarità, intelligibile e sensibile
(ma, anche, il modus essendi ed il modus intelligendi), di questo
Mundus appartengono, realmente e concretamente, a quell’uni-totalità;
esse non sono niente fuori di essa; in essa, soltanto, acquistano il loro vero
significato, che noi non conosciamo nella nostra condizione di esiliati
nell’Occidente dello Spirito.
Sappiamo anche che, nel lessico di C., come dei suoi Ishrâqîyûn,
l’Oriente (l’Estremo Oriente) e l’Occidente designano l’intelligibile e il sensibile,
che sono uniti nell’Oriente Minore dell’Anima, nel Medio Oriente del Mundus
imaginalis, il câlam al-Mithâl. In tale prospettiva geosofica,
l’Eurasia si mostra a noi come l’immagine d’un universo, al quale l’unità delle
due polarità (intelligibile e sensibile, Oriente e Occidente) conferisce un
carattere mentale, paragonabile con certe gnoseologie orientali, segnatamente
buddhistiche.
Questo mi porta al
secondo argomento. Durante i suoi ultimi anni, soprattutto, H.C., com’è noto,
si dedicò alla Battaglia per l’Anima del Mondo, all’Urgenza della Sofiologia;
cioè non a rifiutare semplicemente l’individuo, ma piuttosto a restaurare
l’unità e l’integrità della Persona, che è l’individuo completo, nella sua
unione sizigiaca con la sua dimensione celeste: egli ci parla, dunque, di
coppia sofianica, di bi-unità, ecc. Possiamo, per conseguenza, porre in
corrispondenza reciproca l’unità del Mundus imaginalis, l’unità
dell’Eurasia, l’unità della Persona. H.C. ci esorta a ricostruire
l’integrità di queste coppie omologhe, che compongono una tri-unità.
Si può dunque prendere in considerazione la possibilità di uno scambio:
da un lato, lo studio delle metafisiche orientali (o, piuttosto, della
metafisica orientale), in primo luogo nella sua espressione buddhistica, che ci
è più familiare, e alla quale C. più frequentemente si riferisce, ci permette
d’approfondire il significato gnoseologico, mentalistico, della nozione di Mundus
imaginalis; dall’altro lato, la dimensione pienamente personale, solamente
nella quale tale Mundus è reale e vero, può illuminare il contenuto
propriamente ontologico delle metafisiche orientali e, per questa via, svelarci
l’Icone dell’Eurasia.
E’ tutto. Grazie.