Un’ora con Henry Corbin

Traduzione effettuata negli anni ’50 da Stella Corbin di un’intervista in persiano, trascritta da Maria Soster e supervisionata da Pierre Lory

Domanda – 

Ho notato, ad Istanbul, nelle vetrine delle librerie, un grosso volume dedicato alle opere di Sohrawardî, shaykh al-Ishrâq, da lei curato. Ho visto anche una sua piccola pubblicazione, in francese, accompagnata da una traduzione in persiano, sui legami tra la filosofia dellIshrâq e la filosofia dell’antico Iran. Mi potrebbe spiegare il suo progetto, quello che lei ha fatto e quello che desidererebbe fare con l’opera di Sohrawardî?

 

Risposta – 

Il grosso volume che lei ha notato ad Istanbul e di cui, sfortunatamente, solo un piccolo numero d’esemplari è arrivato in Iran, rappresenta il primo tomo di un’edizione critica delle opere arabe e persiane del maestro dell’Ishrâq. Lei è a conoscenza che la condizione prima per restaurare e commentare l’opera di un autore, filosofo o no, è quella di fondare questa opera su delle basi assolutamente certe. Che faremmo se dovessimo commentare Platone o Aristotele riferendoci unicamente a dei manoscritti? Il problema che è venuto a porsi per gli autori classici in Occidente continua a porsi con intensità in Oriente. La molteplicità di manoscritti nelle biblioteche di Istanbul mi ha, spero, permesso di fissare in modo solido il testo della parte metafisica dei tre grandi trattati di Sohrawardî. Il seguito verrà in due o tre altri volumi. Quanto al piccolo libro che lei ha notato in questi giorni a Teheran, si tratta del testo un po’ ampliato di una conferenza tenuta proprio qui; sono commosso e riconoscente per l’accoglienza che gli è stata fatta. Ho cercato di spiegare come mi appariva il significato dell’Ishrâq nel pensiero iraniano, ma sicuramente e nondimeno, come mi appariva all’interno dell’orizzonte della “philosophia perennis”. Forse si scivola un po' in una concezione personale del mondo... ma questo allora è dovuto all’influenza iraniana!

 D. –

L’Iran rappresenta quindi per lei un polo molto forte di attrazione. Quali altri progetti ha in mente?

R. –

Ormai, quando si parla di progetti si mescola ai nostri giorni la parola “guerra”. Da molti anni sarei dovuto venire in Iran; tutto mi chiamava qui, era il mio desiderio più grande. Sono riconoscente per l’ospitalità offertami in Turchia durante questi tristi anni che il mondo ha vissuto. Vi ho potuto realizzare il grande lavoro scientifico cui lei ha fatto riferimento poco fa. Ma lei riconosce che è stato qui, in Iran, durante il periodo safavide che l’opera di Sohrawardî ha avuto un’eco, che è stata oggetto di approfondimenti straordinariamente fecondi. Solo qui ho potuto trovare i manoscritti dei maestri che l’hanno rappresentata. Ma c’è di più. Qui esistono ancora eminenti sapienti, vecchi e giovani, per i quali la sintesi sohrawardiana pone ancora una serie di problemi viventi. Ed è con questi fratelli in anima che volevo prendere contatto.

 D. –

Si ritiene quindi pienamente soddisfatto? Che impressione ha avuto della nostra vita scientifica? Ha trovato molte persone con cui discutere di questi problemi?

 R. –

Certamente! Ma occorre dire di più : le relazioni tecniche e professionali superiori si sono rafforzate grazie alle care amicizie che ormai mi legano all’Iran. Si arriva con un grosso libro in mano, pensando di cogliere l’interesse soltanto di qualche specialista. E invece no: scopriamo che i problemi elaborati durante anni solitari sono qui condivisi da un popolo di anime calorose, senza dubbio perché queste problematiche scaturiscono dal fondo stesso dell’anima dell’Iran. Soprattutto non creda che io non sia attento a tutto il meraviglioso sforzo che avete compiuto, nonostante le difficoltà eclatanti, per sviluppare qui i vostri stessi strumenti d’insegnamento e i vostri strumenti “moderni” di ricerca. Spesso, tutto ciò mi ha commosso e reso felice. Ma, per quel che riguarda il nostro incontro, il mio cammino personale segue naturalmente un senso inverso, che mi porta dall’Occidente verso l’Oriente, nel senso in cui l’intendeva Sohrawardî. Quello che mi colpì di più riguardava lo sviluppo delle ricerche riguardanti l’antico Iran. Problemi tecnici discussi dagli orientalisti in Occidente prendono qui un accento singolarmente nuovo, un significato imperioso e vivente. Possano queste ricerche svilupparsi in questi luoghi con sempre più ardore e comprensione. L’opera di Sohrawardî è particolarmente simbolica e fondamentale proprio per il suo tentativo di dare coesione alle fasi della storia spirituale iraniana. La rassicuro sul fatto che sia alla vostra Facoltà di Lettere sia alla Facoltà di Teologia ho trovato degli uomini di scienza, grandi lavoratori eruditi e umili, avvicinandomi ai quali ho appreso molto. Quanti nomi dei vostri filosofi non sono ancora annoverati nei repertori di cui ci serviamo in Occidente! Ed ancora, come ringraziare abbastanza le vostre grandi Biblioteche pubbliche per l’accoglienza che mi hanno riservato e delle facilitazioni accordate!

 D. –

Ma si dice che lei progetti, prossimamente, un viaggio in Francia ? Non è definitivo, vero ? Quanto starà assente e quali progetti ha al suo ritorno?

 R. –

Sono presto sette anni che, per diverse circostanze, non faccio ritorno in Francia. Diventa quindi urgente, per me, riprendere contatto con i miei colleghi orientalisti. Per quel che riguarda invece la seconda parte della sua domanda, nasconde forse un piccolo tranello? Intende forse la prossima fondazione di un Istituto franco –iraniano a Teheran? Le dirò solo questo: la mia assenza sarà di breve durata, circa tre mesi. Lascio qui tanti di quei manoscritti che non ho avuto ancora il tempo di sfogliare, delle figure di filosofi appena intraviste; tutto questo, senza parlare del cielo dell’Iran, mi richiama qui. E se resto tanto tempo, tanto tempo tra di voi, è perché non voglio essere il primo orientalista venuto per qualche mese, capitato per caso. Vede, il sogno sarebbe una cooperazione continua e puntuale con i saggi iraniani per quel che riguarda queste esplorazioni e ricerche all’interno di un universo spirituale che avete gelosamente salvaguardato. Alla fine dell’autunno, un lungo giro mi ha portato fino ad Ispahan, Persepoli, Shiraz. Sono luoghi in cui soffia lo Spirito; occorre ritornarvi per meditare. A Shiraz ho avuto la possibilità di soffermarmi nella piccola sala della medreseh, dove ha insegnato Mollâ Sadrâ. Ma non sono andato a Mashhad, né nei sui dintorni. Ora, conosce anche lei i tesori di pensiero depositati in biblioteche che ben pochi orientalisti hanno avuto la fortuna di frequentare.

 D. –

Qual è, in sintesi, il fulcro del suo interesse filosofico ?

 R. –

La sua domanda è molto importante. Mi chiede perché sono in Iran, a Teheran, e non altrove. Un primo elemento di risposta deve essere qualche dato autobiografico. Le posso assicurare che se c’è mai stata, nella mia vita, un’ispirazione che non smetto di benedire, è quella che mi condusse, saranno presto vent’anni, dopo i miei studi alla Sorbonne, ad iscrivermi alla nostra Ecole des Langues Orientales a Parigi. Per due anni, avevo lavorato soprattutto sul neoplatonismo e seguito, alla nostra Ecole des Hautes Etudes, un intero ciclo di ricerche sulle traduzioni latine di Ibn Sîna. Invece di seguire la filiera normale che mi avrebbe condotto all’agrégation, ho voluto andare più lontano, mettermi a studiare l’arabo. L’anno seguente mi iscrissi al corso di persiano; il risultato… noi stiamo chiacchierando qui insieme oggi a Teheran. Nel frattempo, ci sono stati molti altri lavori, molte altre ricerche. Quanto al contenuto stesso del mio interesse filosofico, penso che il piccolo libro in francese ed in persiano, appena pubblicato qui a Teheran, sarà, provvisoriamente, la migliore risposta alla sua domanda. La volontà implicita di Sohrawardî è stata quella di resuscitare la filosofia dell’antico Iran, e, nel resuscitarla nei suoi motivi essenziali, ha posto le basi su cui doveva svilupparsi, qualche secolo più tardi, la filosofia di Mîr Dâmad, di Mollâ Sadrâ e dei loro numerosi allievi. Ora, per ragioni diverse, le opere immense di questi saggi sono rimaste sconosciute all’Occidente e tuttavia noi continuiamo a scrivere delle storie generali della filosofia! Ma il pensiero iraniano ha un carattere troppo proprio, troppo forse sconcertante per degli spiriti abituati a distinguere tra “mistica” e “pensiero filosofico”.

E proprio come in Occidente, in ambito protestante, la filosofia si è sviluppata su delle basi teologiche, perché la teologia era la cosa di ogni pensatore, non una cosa riservata, come accade laddove essa deve rifugiarsi nei laboratori. Ma le posso assicurare che c’è, soprattutto adesso, in Occidente, un interesse molto grande per questi temi. Non creda che l’interesse sia spento, nel momento stesso in cui noi lo cerchiamo… non è altro che l’ostacolo della distanza e della lingua.

 D.-

Non è rimasto colpito, a volte, da un certo stato d’animo che, in una parte della gioventù iraniana attuale, può essere interpretato come un completo disinteresse nei confronti delle questioni religiose?

 R. –

Ecco una domanda che non ritengo solo angosciante, ma anche orribile. Ed è molto più difficile rispondervi sentenziosamente, per il fatto che non possiamo mai interrogare due Iraniani, su un problema filosofico o un significato storico o sociologico, e ricevere a stessa risposta. È appassionante e mi congratulo con voi per avere saputo restare un popolo di individui personali, in un tempo in cui si incontrano dovunque delle “macchine – ripeti-cose”. Tuttavia, non voglio eludere la sua domanda, ma cercherò qui di rispondere in quanto filosofo, e nient’altro.

I/ Come si può non aver mai sentito parlare del disinteresse o delle critiche cui lei allude! Ma prima di tutto una cosa mi disturba; c’è una distanza enorme tra, da una parte, il pensiero religioso dell’Iran, precisiamo, dell’Iran shi’ita, quello che trovo espresso nelle opere dei più rigorosi e autentici pensatori, e, dall’altra parte, l’immagine che potremmo farcene attraverso le critiche negative di cui parliamo. In più, queste opere non sono di facile accesso; molte sono manoscritte, conosciute solamente dagli specialisti che le hanno lette. Coloro che ne rigettano la visione del mondo, le hanno lette? Altrimenti, su cosa si fonda il loro diniego?

Non è piuttosto sull’immagine che se ne fanno e che si fanno del loro cuore? Ma allora la realtà santa che si attacca non è solamente sfiorata, in questo caso? Vede, ci sono delle cose che andremo a domandare all’ingegnere minerario, e non al bravo cantoniere che rompe dei sassi sulla strada. Perché la teologia dovrebbe essere esentata da questa esigenza? E se il bravo cantoniere declama delle assurdità, questo denigra la geologia?

2/ Non è abbastanza, perché lei potrebbe obiettare che anche l’ingegnere minerario potrebbe tradire la geologia. Giusto. Ma lei non dirà mai che la geologia ne ha ricevuto un colpo mortale. È molto importante non confondere l’Idea ed il fenomeno che momentaneamente la incarna. L’Idea plana sopra gli uomini, questi possono non esserne degni, ma in questo caso è l’Idea stessa che li giudica e li condanna, non l’inverso. E se la portano in verità in loro, si tratta prima di tutto di una realtà interiore. Certe critiche a cui pensiamo, mi fanno improvvisamente pensare al buon razionalismo borghese di “Monsieur Taine” o di “Monsieur Renan”. Noi l’abbiamo conosciuto bene. Al contrario, se lei segue un po’ il riverbero attuale delle idee in Francia, un cui sintomo è il pullulare di riviste, potrebbe constatare come gli imperativi etici ed attuali del “Comprendere” non hanno più niente in comune con questa modalità di critica tutta negativa ed esteriore. Vi è senza dubbio una grande influenza della fenomenologia. Per quel che ci riguarda, questa influenza consiste nel domandarci: che cosa ho fatto, io personalmente, di quello che attacco? Che cosa è diventata, per me e grazie a me, in quanto responsabile, questa realtà? Se mai qualcuno svela che il suo attacco riguarda gli uomini, e che, a causa una deliberata confusione, ha sminuito la realtà-ideale al livello del suo attacco, e che a causa della sua miserabile comprensione questo Ideale diviene qualche cosa di miserabile, bene!, in filosofia non amerei certo addossarmi la responsabilità di quel signore.

3/ Spero che lei non arrivi al punto di insinuare che occorre essere occidentali per subire, come una brezza fresca, la meraviglia e l’incanto del mondo spirituale iraniano ! Ben inteso, resta vostro splendido compito quello di esprimere in lingua occidentale le nostalgie che sono vostre e che forse tormentano di più l’anima dell’Occidente odierno. Dove si potrebbe trovare, meglio che nella lingua persiana, instancabilmente descritto il mondo dell’amore? Dell’amore terreste più appassionato che arriva a trascendere se stesso in “sacramento” dell’amore, che trasfigura tutti i valori, che determina uno stile di vita che resiste a tutti i conformismi sociali. Possiamo forse separare il sentimento connesso dalla fedeltà cavalleresca che si erge contro la tirannia dei fatti, per declamare l’Imâm sacrosanto che nel mondo quale noi l’abbiamo fatto e continuiamo a  fare, non può essere che “nascosto”? Veramente, non posso immaginare un simbolo della trascendenza più sconvolgente che lo sforzo umano, più indubitabile conferma che la nostra vita è sempre un “più-che-vivere”. Lei lo sa bene, mai la letteratura esteriore ci offre la verità. Occorre sempre che ci domandiamo cosa vuol dire, che segno ci indirizza, quella verità interiore che si è espressa una volta attraverso di essa, e oggi forse contro di essa. Le assicuro che un Mîr Damâd dispone di un lessico vicino al quale impallidiscono tutte le ingegnosità dell’ “esistenzialismo”! Certo, comprendo il mormorio della vostra gioventù: è il segno più bello della vitalità dell’Iran. Ma mi permetta ancora un’immagine. Spesso immaginiamo di essere nel tempo nel modo in cui si discende il corso di un fiume. Filosoficamente, l’immagine non è forse esatta. Giustamente, riflettiamoci. L’avvenire  di questo fiume è veramente di fronte a noi laddove il suo estuario si allarga e si perde nel mare? Questo futuro non è forse nella sua stessa fonte e nel suo essere inesauribile? Ma allora le immagini di prima e dopo proprie del “progresso detto storico” non sono radicalmente false? La sorgente originaria senza la quale il vostro fiume domani potrebbe inaridirsi e che voi credete di avere dietro di voi, non dovrebbe invece essere davanti a  voi? Vorrei che tutti i nostri amici riflettessero su questo. Eppoi non perda mai la consapevolezza che l’antico Iran ha donato al mondo qualcuna delle parole spirituali che fu la sua ragione di vita. Voi non potete sperperare questa fonte. Voi non dovete diventare una semplice provincia del mondo, perché a quel punto avrete importato e copiato quello che si fa e si pensa altrove. Non dimenticate mai il significato universale ed universalista del messaggio lasciato dall’Iran al mondo degli uomini. È su questo che ho cercato di concludere il mio piccolo libro.

 D. –

Ebbene, abbiamo toccato delle questioni che vanno ben oltre il limite di una chiacchierata di un’ora. Ritorni presto.

R.

Certamente, a presto!