Angeli e spiriti mediatori

ANGES ET ESPRITS MÉDIATEURS - revue connaissances des religions

ANGELI E SPIRITI MEDIATORI

  • Editoriale
  • Jean Moncelon La fede di Henry Corbin “Terra-Angelo-Donna”
  • Jacques Bonnet Gli angeli nella tradizione profetica ebraica e guidaico-cristiana
  • Frédrérick Tristan L’angelo guardiano delle porte e le sette dimore
  • Michel Fromaget  « E in mezzo al fuoco una forma di quattro viventi »
  • Andréi Plesu  Sugli angeli e sull’uomo universale
  • Philippe Faure Gli angeli nel mondo immaginale cristiano e medioevale
  • Tiziana Suarez-Nani  Gli angeli e la cosmologia nel Medioevo
  • Stéphane Duclos La caduta degli angeli ovvero la storia del diavolo
  • Philippe Faure La devozione all’angelo guardiano. Traduzione e presentazione di testi spirituali inediti
  • Pierre Lory Gli angeli nell’islam
  • Sohravardî Strofe liturgiche e orazioni divine
  • Amira El-Zein  Umani e jinn nell’islam. Somiglianze e differenze
  • Renaud Fabbri Rinascere in altri mondi
  • Patrick Laude La dimensione eliatica del messaggio di Louis Massignon
  • Fabrice Midal Gli spiriti mediatori del buddismo

 

EDITORIALE

 

Nell’ultimo decennio del XX secolo, il paesaggio culturale francofono si è visto protagonista di un notevole aumento di pubblicazioni riguardanti gli angeli. Si trattava, per una larga parte, dell’effetto di una moda editoriale d’oltreoceano, portata dalla corrente della “New Age”, movimento sincretico e neospiritualista che si riteneva rispondesse alle aspirazioni di un’umanità in cammino verso la famosa “era dell’Acquario”, terra promessa di una nuova età dell’oro. Tra racconti di apparizioni celesti in punto di morte, rituali d’invocazione dei nomi ebraici degli angeli, manuali neo-cabalistici con la pretesa di portare ad una migliore conoscenza di sé e dell’avvenire, e confessioni del tipo “il mio angelo guardiano esiste, io l’ho incontrato”, il lettore non sapeva più come orientarsi. Si era arrivati fino al punto di proporre cicli di conferenze: “come portarsi al livello del proprio angelo…”, o di seminari che si riteneva permettessero al quadro stressato di dialogare con il proprio angelo, e di seguire i suoi giudizievoli consigli… al fine di “ottimizzare la propria forma”, senza alcun dubbio per la più grande felicità dell’impresa. Come sempre, quando nasce un neo-spiritualismo, tutto si riveste di colori angelici : la ricerca di poteri magici ed occulti, l’astrologia attraverso gli angeli planetari, il simbolismo dei colori, le medicine dolci, ecc. Il successo di questa moda fu tale che gli angeli sono stati utilizzati per molti anni come materiale per la letteratura, il cinema, la pubblicità, l’alta moda o l’industria del profumo, invadendo i manifesti pubblicitari e le pagine dei giornali. Che cosa resta di tutto questo? Non molto, grazie a Dio, com’è vero che quanto è sincretico e composito non può durare e che ogni tipo di bricolage intellettuale ha in se stesso la propria fine.

Rimane il fatto che l’ “angelofilia” della fine del XX secolo sia stato un fenomeno socioculturale singolare, che rinvia alla nostalgia e alle attese dell’uomo contemporaneo, perduto in un universo che sta lasciando ed un altro che non c’è ancora: nostalgia di un universo spirituale popolato di creature luminose, pure e buone, nostalgia di un mondo “incantato”, disseminato di Assoluto; attesa di figure mediatrici capaci di elevare l’anima, di venirle in aiuto, di liberarla dalle tenebre di questo mondo, di guidarla sul cammino della conoscenza e, all’occorrenza, di intercedere in suo favore. Gli angeli hanno spesso preso il posto di un Dio dato per morto o per scomparso, un Dio la cui immagine si è confusa e di cui non si sa più bene né chi sia né che cosa faccia.

Infatti, questo ritorno dell’angelo non ha rinviato ad alcun Dio, ad alcuna tradizione rivelata, si è più spesso presentato come assolutamente slegato dal presupposto biblico o coranico, se si esclude quanto preso a prestito dalla cabala giudaica e dalle scienze occulte. Insieme al primato accordato all’esperienza dell’incontro con l’angelo, questo approccio è stato rafforzato dalla fioritura di una iconografia che privilegiava l’immagine greco-latina dell’efebo svestito o del bimbo alato. Il vuoto dottrinale e il bricolage sincretico caratteristici “della New Age” hanno fatto apparire l’angelo come una forma pura, un involucro suscettibile di essere riempito con le aspirazioni ad una vita “altra” e ad una conoscenza spirituale. Non è più la Rivelazione che dona a quest’ultima il suo senso, ma l’individuo che la costruisce a sua misura. Ne risulta una temibile ambiguità: sulla forma angelica possono proiettarsi tanto fantasmi e volontà di potenza quanto aspirazioni autentiche. Gli angeli sono stati a volte addirittura assimilati agli extra-terrestri o ai “superiori sconosciuti”…

Il bisogno ben comprensibile di un mondo popolato di essere di luce, attenti all’uomo, è come l’inverso positivo della bassezza delle anime, della malinconia diffusa, di un mondo contemporaneo di cui si teme confusamente la fine disastrosa. Ma l’aspirazione alla vita celeste, alla protezione spirituale, alla conoscenza vera, non è evidentemente sufficiente a restaurare una prospettiva tradizionale, e ancor meno un’angelologia.

È giunto quindi il momento di riprendere in esame la figura angelica, rimettendola al suo posto, cioè nella struttura religiosa da cui essa dipende, rivelandone le ricchezze spirituali ed i valori intellettuali. Non è forse urgente cambiare la visione del mondo, rendere alla Realtà tutto il suo spessore, la sua complessità ed il suo mistero, ricucendo i legami rotti tra l’uomo ed il divino? Filosofo, orientalista, specialista delle teosofie dell’islam iraniano, Henry Corbin (1903-1978), a cui il presente volume è dedicato nel centenario della sua nascita, ha mostrato in modo magistrale la strada. Non ha mai smesso di proclamarlo con forza: non ci può essere vero monoteismo senza angelologia, senza proclamazione della trascendenza divina attraverso i messaggeri celesti, senza la manifestazione di Dio in molteplici teofanie angeliche. Al contrario, sul piano antropologico, non ci può essere vera conoscenza spirituale senza ascensione dell’anima e incontro col proprio angelo.

            Occorre parimenti sottolineare un punto essenziale: l’angelologia riguarda le tre grandi religioni monoteiste; è il terreno privilegiato di un lavoro intellettuale al servizio di un vero ecumenismo spirituale. Infatti, per il giudaismo, il cristianesimo e l’islam, gli angeli formano la creazione prima, basamento intelligibile del mondo fisico e sensibile; questo mondo angelico fornisce l’immagine di un universo ordinato e gerarchizzato, composto di molteplici gradi di realtà, ai quali corrispondono altrettanti stati di conoscenza. Poiché infatti ogni angelo è uno specchio della Divinità, definito da ciò che riceve della luce divina e da ciò che ne trasmette. Questo mondo pieno di intelligenze è intimamente legato al cosmo e di conseguenza all’umanità che gli è affidata.

            Forma eminente di manifestazione di Dio nel giudaismo e nell’islam, l’angelo è subordinato al Verbo incarnato nel cristianesimo. Annunciatore dei misteri della Rivelazione, avvicina la parola del Cristo e si mette al suo servizio. Prototipo di vita spirituale, canale di lode e di glorificazione, l’essere celeste che si nutre di Dio è il modello che gli uomini di vita contemplativa devono imitare. Iniziatore, guida, interprete delle visioni spirituali, è il guardiano ed il servitore dell’anima, da lui sostenuta nel suo combattimento quotidiano contro l’Avversario, angelo che sa scomparire, una volta compiuta la sua missione, alla Presenza divina.

Tuttavia le tradizioni monoteiste non hanno l’esclusiva sugli esseri mediatori. Da un punto di vista storico, se l’angelo è infatti una figura semitica nella sua origine e nel suo sviluppo, non si può mettere in dubbio che abbia subito l’influenza di tradizioni indoeuropee, in primis persiane ed ellenistiche. Sul piano metafisico, possiamo andare ancora più lontano: se l’Assoluto si manifesta in molteplici figure mediatrici, queste sono necessariamente presenti dappertutto, sotto forme e nomi diversi, quale che sia la galassia spirituale in cui ci si situi o che definisca la loro natura, la loro personalità, le loro funzioni. È quindi legittimo accostarsi alle tradizioni orientali ed integrare a questo volume lo studio delle divinità del buddismo, in una prospettiva comparativa assolutamente stimolante.

Contro i fondamentalismi ristretti e il neo-spiritualismo diffuso, occorre, utilmente, bere alla fonte delle grandi tradizioni e liberare la strada ad un vero ecumenismo spirituale, mostrando l’importanza degli esseri mediatori e la loro fecondità simbolica, restaurando il legame indissolubile fra tradizione e rivelazione, tra gradi di conoscenza, livelli di realtà e teofanie.

 La Direzione

 

 

LA FEDE DI HENRY CORBIN “TERRA-ANGELO-DONNA”

Jean MONCELON

 

La Fede di Henry Corbin è la fede di uno gnostico, per il quale la gnosi è “una conoscenza salvifica di per se stessa”.

Questa Fede è “Terra – Angelo – Donna”, come scriverà il 24 aprile 1932, sulle rive del lago di Dalécarlie: “Tutto questo è una sola cosa, che io adoro, e che è in questa foresta. Il crepuscolo sul lago, la mia Annunciazione. La montagna: una linea. Ascolta! Accade qualcosa, sì. L’attesa è immensa”.

La Terra di cui si parla, la Terra della Fede di Henry Corbin, è la Terra celeste, il “mondo mediatore” tra il Cielo ed il mondo terrestre.

È il Mondo dell’Angelo.

 

L’Angelo

Il giorno della morte di Henry Corbin, Mircea Eliade annotava sul suo Diario, il 7 ottobre 1978: “Henry non ha sofferto. È morto con serenità, tanto era sicuro che il suo angelo guardiano lo stesse aspettando”.

Certo, occorre convenire sulla natura di questo “angelo guardiano”, che è, per Henry Corbin, “l’angelo dell’anima incarnata”, e nella circostanza precisa della sua morte, “la Figura celeste che viene faccia a faccia con l’anima all’aurora della sua eternità”. Altrove, parlerà anche delle Fravartis, come di “angeli guardiani”. Tutto questo però, aggiungeva, “a condizione di concepire l’angelo guardiano come il polo celeste, l’Io celeste di un essere la cui totalità è bipolare, costituisce una bi-unità, cioè quella di una forma terrestre e di una forma celeste che ne è la controparte superiore”.

Conosciamo le ammirabili pagine che ha consacrato alla figura di Daênâ, “l’Angelo tutelare”, e al suo incontro post-mortem con l’anima umana.

“Alla domanda dell’anima stupefatta, che chiede ‘Ma chi sei?’ alla fanciulla che avanza all’ingresso del Ponte Chinvat e la cui bellezza risplende più di ogni altra bellezza mai intravista nel mondo terrestre, essa risponde: ‘Sono la tua propria Daênâ’ ” - ciò che vuol dire: io sono in persona la fede che hai professato e quella che te l’ha ispirata, quella per cui hai garantito e quella che ti ha guidato, quella che ti ha riconfortato e quella che ora ti giudica, poiché io sono in persona l’Immagine proposta a te stessa fin dalla nascita del tuo essere e l’Immagine voluta infine da te stessa (‘io ero bella, tu mi hai fatto ancora più bella’)”[1] .

Queste righe descrivono, in qualche modo per anticipazione, l’ultima visione di Henry Corbin, nel momento in cui ha lasciato la manifestazione terrestre.

Daênâ è quindi l’Angelo della Fede di Henry Corbin, e, poiché è anche “l’Idea celeste” di ogni essere umano, essa appare come il segreto di Henry Corbin, come lo dirà lui stesso, a proposito di Ibn ‘Arabî: “Quel che un essere umano raggiunge nell’esperienza mistica è il “polo celeste” del suo essere, cioè la sua persona così come ad essa e attraverso essa, dalle origini, nel mondo del Mistero, l’Essere Divino si è manifestato a se stesso, e ad essa si è fatto conoscere sotto quella Forma che è, parimenti, la forma sotto la quale l’Essere Divino si conosce in lei. È l’Idea, o, piuttosto, “l’Angelo” della sua persona, il cui io presente non è che il polo terrestre”[2] .

 

L’ANGELO GUARDIANO DELLE PORTE E LE SETTE DIMORE

Frédérick TRISTAN

 

Il testo che segue è la trascrizione della registrazione della conferenza che il suo autore fece in occasione del Circolo europeo d’arte sacra sull’Angelo, che si è tenuto a Pont-à-Mousson nel 1981, sotto la direzione di Dominique Ponnau. Gli abbiamo lasciato il suo carattere orale.

La mia comunicazione si riferisce ad un soggetto estremamente vasto. Così mi limiterò a situarla sotto l’angolo della tradizione ebraica, più in particolare dello Zohar e del Trattato delle Dimore, anche se l’angelo guardiano delle porte e la nozione delle sette dimore appartengono ad un fondo comune alle tre tradizioni di Abramo. Cercherò di definire questa nozione di “Sette Dimore” nella misura in cui dimore ed angeli sono qui intimamente legati.

Primo chiarimento che condiziona tutti gli altri: la genesi e la creazione che, come chiunque sa, si effettua in sei tappe più una: sei giorni di creazione effettiva e un giorno di riposo, lo Shabbat. Tra bereshit, il “in principio” eShabbat, quello che Dio (Elohim) crea non è una molteplicità né una disparità d’esseri e di cose (luce, firmamento, terra, vegetali, astri, pesci, uccelli, animali terrestri, uomo) fatto che sarebbe un indice di quantità, quindi di eterogeneità e di alterità, ma è, al contrario, un solo ed unico insieme ordinato, i cui elementi sono delle qualità. Allo stesso modo, i sette giorni non sono delle cifre produttrici di quantità, ma dei numeri significativi di qualità. Non appartengono alla durata. Significano che l’uomo (l’uomo unico di Beriah, la creazione) è composto di sette elementi di cui il primo è posto sotto il segno della luce e l’ultimo sotto quello dello shabbat. Questo è d’altronde formalmente precisato dalla traduzione letterale dall’ebraico: “Fu sera, fu mattino, primo giorno” (e non “fu il primo giorno”), “Fu sera, fu mattino, sesto giorno” (per marcare l’arrestarsi prima dello shabbat).

Occorre vedere qui l’unità assoluta della Creazione; Dio ha fatto la Creazione una, cosa che è d’altronde la base del monoteismo che qui si intende: un Dio, una Creazione. I sei e un giorno non designano una successione di creazioni, ma una sola Creazione di cui il numero sette è il segno e, in qualche modo, l’identità. Perché sette? Il Trattato dei Palazzi, il Trattato delle Hekhalot, risponde: “Perché Dio manifesto è dieci, tre dimore sono segrete, sette è la sua Creazione in gerarchia”. La creazione in sette giorni significa che l’unità creatrice e l’unità creata, senza cadere nella dualità, restando intimamente “la stessa”, ha formato in qualche modo il numero tre (l’unità creatrice) ed il sette (l’unità creata). I sette cieli creati sono sette soggiorni, sette dimore, sette palazzi in seno all’unità fondamentale, e, ripetiamolo, affinché non si siano fraintendimenti, si tratta di sette qualità gerarchiche in seno all’unico e allo stesso.

A questi sette cieli corrispondono i sette arcangeli guardiani dei Palazzi e delle Porte.

 

GLI ANGELI NEL MONDO IMMAGINALE CRISTIANO E MEDIOEVALE

Philippe FAURE

 

L’espressione latina Mundus imaginalis è stata forgiata da Henry Corbin giusto quarant’anni fa, in un articolo rimasto celebre, che fu un vero e proprio manifesto in favore di un approccio nuovo alla letteratura visionaria dall’Islam iraniano e ad una ermeneutica liberata dalle categorie del pensiero moderno. Corbin intendeva con questo designare un mondo, un modo d’essere, un tipo di conoscenza. Tra i sensi esterni e l’intelletto, “l’immaginazione attiva” era concepita come una facoltà cognitiva, fondatrice di una rigorosa conoscenza analogica, capace di trasmutare gli stati interiori e di riflettere sul piano dell’anima le immagini spirituali scaturite dal mondo intelligibile. Il “mondo immaginale” è quindi quel “luogo” non situabile, come in sospeso nello specchio nell’anima, luogo epifanico delle immagini, in cui i corpi si fanno sottili, in cui gli archetipi prendono forma, in cui gli stati spirituali si spazializzano. I racconti visionari e di iniziazione spirituale di scritti da Sohravardî hanno offerto a Corbin un modello esemplare delle topografie spirituali dell’islam iraniano.

Per quanto ne sappiamo, l’espressione “mondo immaginale” non è stata applicata ai testi visionari medioevali. Corbin stesso non ha tuttavia esitato a prendere in esame documenti spirituali occidentali, come la letteratura del Graal o la teosofia di Swedenborg, cercando, come aveva fatto in ambito musulmano, di esplorare opere importanti ma spesso ritenute eterodosse. Ci sembra che quanto si intravede attraverso l’espressione “mondo immaginale” riguardi anche fonti più conformi all’eterodossia cristiana, che si tratti di racconti o di testi agiografici. È fuor di dubbio che la conoscenza visionaria sia stata teorizzata meno nell’occidente cristiano che nell’Islam e che le visioni medioevali si iscrivano in un ambito teologico ben definito. Non si pretende qui di fare degli accostamenti, di tessere delle corrispondenze tra il mondo visionario cristiano e islamico, o di stabilire se la teoria della conoscenza e lo statuto dell’immagine spirituale nelle due culture siano equivalenti. A monte di tutte queste domande, si tratta semplicemente, se così si può dire, di mostrare come in seno al cristianesimo medioevale, e al monachesimo in modo particolare, si sia potuto sviluppare un mondo dell’immagine spirituale, con i suoi codici, i suoi processi, la propria logica, un mondo in cui gli angeli sono attori essenziali e i portatori di una conoscenza mistica.

 

GLI ANGELI NELL’ISLAM

Pierre LORY

 

Le questioni che riguardano gli angeli appaiono sovente come marginali, gratuite, quasi derisorie nell’insieme delle riflessioni sulla religione. Parlare di “sesso degli angeli” riporterebbe a sprofondare in speculazioni senza un reale valore, distogliendo le menti dalle prospettive di fondo dell’esegesi, della metafisica o della morale. Noi pensiamo che non sia affatto vero. L’opera determinante di Henry Corbin esiste per dimostrare che l’angelologia si inserisce, al contrario, alle radici della questione del monoteismo. Vorremmo qui presentare qualche riflessione sui suoi sviluppi all’interno del pensiero musulmano classico e in questo gli angeli, malgrado la loro apparente discrezione, rappresentano un ingranaggio essenziale dell’assunzione del cosmo in Dio, termine finale di ogni creazione.

Se partiamo dai testi fondatori della Tradizione musulmana – cioè il Corano, gli insegnamenti attribuiti al Profeta, ai suoi compagni e alle prime generazioni di sapienti – noi incontriamo subito nell’universo la presenza di tre comunità di esseri coscienti.

Gli uomini ci sembrano la categoria più nota – ma ci sembrano soltanto, poiché, in verità, la loro natura ed il loro ruolo restano un mistero, ivi compreso per gli umani stessi. Una singolare missione sembra essere stata affidata ad Adamo e alla sua discendenza. Concepito come luogotenente (khalîfa, califfo) di Dio sulla terra, omaggiato dalla prosternazione degli angeli, l’uomo si è ugualmente assunto la responsabilità di un misterioso “pegno” il cui tenore non è precisato nel testo: “Noi abbiamo proposto il Pegno ai Cieli e alla Terra e ai Monti, ed essi rifiutarono di portarlo e n’ebber paura. Ma se ne caricò l’uomo, e l’uomo è ingiusto e d’ogni legge ignaro” (Corano XXXII, 72)[3] . Così, il carattere debole e incline al peccato, che distingue gli uomini tanto dagli angeli che dagli animali, appare come correlato o controparte dell’assunzione di un compito grandioso nei disegni del loro Creatore. Proprio questa ignoranza fondamentale, questa parte d’ombra inclusa nella natura umana rende l’uomo capace di compiere la sua missione nel mondo terrestre denso, pesante, tenebroso.

jinn sono menzionati più volte nel Corano. Si tratta di esseri dotati di corpo sottile, ma nettamente distinti dagli angeli per il fatto che sono di fuoco (Corano XV, 27) e non di luce come questi, e perché abitano sulla terra e non nei cieli. Infatti, la loro condizione si avvicina a quella degli uomini, poiché nascono, muoiono e si riproducono come questi. Sempre come gli uomini, sono chiamati ad obbedire a Dio, possono disobbedirgli e non credere, e saranno ricompensati alla fine dei tempi col Paradiso o con l’Inferno. Il loro ruolo nell’economia della salvezza degli uomini è tuttavia marginale. I jinn ribelli (a volte assimilati ai demoni, shayâtîn, i ‘satana’) possono in effetti costituire una tentazione per certi uomini – stregoni o indovini – a causa dei servigi che possono loro offrire. Non possono in ogni caso aiutare molto gli umani, né materialmente né spiritualmente, anche nel caso di jinn virtuosi e credenti. Piuttosto è vero l’inverso, poiché tutti i jinn sono chiamati a ricevere e a mettere in opera il messaggio divino proclamato dai profeti monoteisti – Maometto in particolare, esplicitamente menzionato in questo ruolo nel Corano (LXXII, 1-17).

La terza categoria di esseri coscienti è quella degli angeli. Il ruolo generale degli angeli nella religione musulmana in relazione al resto della creazione è molto paradossale. Il dogma afferma la loro esistenza. Infatti, il Corano attesta a più riprese la loro presenza e la loro attività. Ma, d’altra parte, il loro ruolo sembra nullo, cancellato. Si tratta, in apparenza, di un ruolo di semplici esecutori. Ad ogni modo, un’analisi più approfondita permette di distinguere quello che si nasconde dietro la figura multiforme delle apparizioni angeliche.

 

s2Member®